Un fiorista viene convinto, dal suo amico libraio, a diventare un gigolò. Agli inizi gli affari vanno bene, ma l’arrivo di una vedova ebrea schiva all’eros, ma incapace a resistere all’amore, cambieranno le carte in tavola.

Di film con uomini che esercitano la “professione più antica del mondo” ne abbiamo visti. Basti ricordare American Gigolò con Richard Gere o la più recente commediola Gigolò per sbaglio del ’99. Ma mai nessuno aveva dato alla figura del gigolò, quello sguardo, umanità, passione che riesce a regalare Gigolò per caso, quinta regia cinematografica dell’italoamericano John Turturro. Presentato al Toronto International Film Festival l’anno scorso e arrivato ora nelle nostre sale, Fading Gigolò, questo il titolo originale e più evocativo, è una godibilissima e leggera pellicola che, nonostante qualche evidente difetto, riesce a convincere e a conquistare (passateci il gioco di parole) lo spettatore. Compito facile direte voi, quando come coprotagonista principale c’è un artista come Woody Allen, qui in una delle sue rare apparizioni come semplice attore e non come regista. L’autore di Io e Annie è eccezionale e costruisce uno dei suoi personaggi più comici, riusciti e cinici: merito di una sceneggiatura scritta con verve e bravura dallo stesso Turturro, che, oltre a dirigere, si ricama addosso il ruolo di protagonista principale, riuscendo a miscelare con estrema sagacia commedia e dramma, umorismo ebraico e film d’autore. Mix che già aveva tentato nel 2010, con Passione, dedicato alla sua Napoli e alla musica partenopea.

Anche qui, Turturro non nasconde il suo amore (e radici, il papà era pugliese) per la nostra nazione: il protagonista si chiama Fioravante, come pseudonimo sceglie Virgilio (personaggio fondamentale nella Divina Commedia dantesca), ha un fervente amore per la mamma e,  come ciliegina sulla torta, sceglie di chiudere il film con Tu si na cosa grande. Musica che è uno dei punti focali della pellicola, curata da Abraham Laboriel e Bill Maxwell (e probabilmente dallo stesso Allen), che mischia moltissimi brani di musica italiana (rivisitati in chiave bossa nova) con brani classici jazz. Turturro cerca di ricamare un’epoca che non c’è più? O la sua è più un’operazione deja-vu? In un’ epoca dove domina la virtualità, i corpi di Turturro si amano per quello che hanno dentro, per la bellezza della loro anima. Non è un caso che le attrici più belle della pellicola (l’affascinante 56enne Sharon Stone, che mostra con disinvoltura e coraggio le sue rughe, e la prorompente Sofia Vergara) sono, in realtà donne sole, senza stimoli, nonostante siano inondate di soldi e sfarzi. Turturro sale le scale verso l’attico del sesso a pagamento, ma trova l’amore (vero) tra le tendine chiuse del cuore di una donna ebraica rimasta vedova, portata sullo schermo dalla non perfetta Vanessa Paradis. Il suo non è un corpo o un volto eccezionale, ma la sua è un’anima rimasta incredibilmente pura: lo stesso Turturro, non bellissimo, per tutto il film viene definito “attraente”: per la serie “non è bello ciò che è bello…”. Il monito dell’attore è ben chiaro: non lasciamoci ingannare dalla sofisticatezza dei corpi e delle loro “modifiche”, ma cerchiamo il senso vero delle persone; un allarme lanciato forse anche alla cinematografia, un invito a filmare come una volta, girare pellicole ad alto respiro e non chiuse in navicelle spaziali ricreate a computer o mondi interamente disegnati grazie alla grafica virtuale. Qui un altro punto a favore del film: la fotografia straordinaria del “nostro” Marco Pontecorvo (figlio dell’immenso Gillo), che, grazie al suo lavoro, regala una marcia in più alla pellicola, immergendola in luci quasi da anni ’60, lasciandoci respirare aria di casa e giocando molto sulla questione luce (attico=Male), buio (finestre chiuse=timidezza e bontà d’animo).

Woody Allen è la spinta che aiuta Turturro (che si trasforma così in spalla) a scrivere dialoghi che giocano tantissimo (in bene o con sana e simpatica ironia) sul mondo ebraico statunitense (come il personaggio interpretato con bravura da Liev Schreiber): alcune sequenze si staccano dal film, diventano siparietti comici, che, come tutte le “massime” ebraiche, vogliono dire l’esatto contrario di quello che stanno rappresentando. Un po’ come i corpi finti e modificati della virtualità. Gigolò per caso si rivela un film sincero e schietto, senza pretese, girato con piglio forse troppo leggero e con alcuni momenti di caduta, ma che sa darci uno sguardo ironico e divertente non solo su come sbracare il lunario in tempo di crisi, ma, soprattutto, su come imparare ad amare. E poi si sa, oltre che santi, navigatori, poeti e quant’altro, gli italiani sono da sempre dei rubacuori. Parola di gigolò.

Potrete vedere Gigolò per caso in queste sale:

-NAPOLI

America Hall

Filangieri Multisala

La Perla Multisala

Med Maxicinema The Space Cinema

Metropolitan

Modernissimo

-AFRAGOLA

Happy Maxicinema

-CASALNUOVO

Magic Vision

-CASORIA

Uci Cinemas

-CASTELLAMMARE DI STABIA

Supercinema

-NOLA

The Space Cinema Vulcano Buono

Multisala Savoia

-PORTICI

Roma

-TORRE ANNUNZIATA

Politeama

-SALERNO

The Space Cinema Salerno

Cinema Teatro delle Arti